Francesco di Bartolo da Buti.

Francesco di Bartolo da Buti presumibilmente nacque nel 1324 : però non si conosce alcun documento che accerti l’anno della sua nascita e il luogo che gli diede i natali, però le vicende tempestose di quel tempo travolsero uomini e cose tanto nel contado quanto nella stessa città di Pisa.

Le congetture degli scrittori su questo punto che riguarda la persona di Francesco di Bartolo sono  varie e discordi. Secondo alcuni la sua nascita sarebbe avvenuta nella città di Pisa, ritenendo che l’aggiunta , da Buti, sia il cognome della famiglia; e tale opinione è avvalorata tanto che lo stesso Francesco, nelle sue opere, si chiama cittadino pisano. Il Tronci nella storia delle famiglie pisane ritiene che Francesco di Bartolo sia nato a Pisa, ma da una famiglia oriunda di Buti;  e a questa opinione che altri sostiene si aggiunge che i feudatari, emigranti in città dopo la metà del secolo XI, perché nel contado non godevano più l’autorità d’una volta, venivano designati col nome del luogo di loro origine.

Per questo in Pisa si ebbero le famiglie da Calci, da Rivalto, da Vico, da Buti, argomentandolo anche dal fatto che sono registrate in pubblici documenti le case dove tali famiglie dimoravano abitando in città.

Così si vuole che Francesco di Bartolo nascesse nella Parrocchia di S. Paolo all’Orto, perché qui era una casa della sua famiglia.

Avere una casa di abitazione in Pisa non dimostra a sufficienza che messer Francesco sia nato certamente in questa città e neppure che la sua famiglia sia appartenuta ai feudatari del contado pisano, perché questo non risulta da nessun atto pubblico.

Per avvalorare l’opinione che il da Buti sia nato in Pisa si ritiene che non sia ammissibile pensare di soggiornare in campagna, quando il farlo costituisce un continuo e serio pericolo; quindi tutte le guerre sostenute dalla Repubblica pisana nel secolo XIV dovevano aver consigliato i suoi cittadini di stabilirsi in città per sfuggire alle disastrose conseguenze di quelle continue scorrerie.

Coloro poi che ritengono Francesco di Bartolo sia nato a Buti, fanno osservare che nel XIII e XIV secolo per sistema costante la maggior parte degli individui veniva distinta col nome del paese di nascita ; così negli Annali Pisani del Tronci si trovano nominati quali Podestà di Pisa: M. Iacopo da Como, Riccardo Villa da Milano ed altri; nessuno dei quali potrà dirsi nato in Pisa , perché gli statuti della Repubblica stabilivano che i suoi Podestà dovessero essere forestieri.

Quindi perché non considerare Francesco da Buti come un forestiero se anche lui, nei pubblici atti veniva designato nel modo dei precedenti Podestà.

Di più gli storici  notano un elenco di notari butesi, che rogarono per il vicino monastero di Sesto tra i quali Puccio da Buti ( 1371), Rodolfo di Agostino da Buti ( 1240 ), Fra Guidone da Buti ( 1370 ), Duccio Berti da Buti (1286 ),  ser Cione di Bonaccorso da Buti ( 1345 ),  di alcuni livelli che pagavano le famiglie butesi  a detto monastero cioè: Matteo Mazzocchi da Buti  ( 1407 ),  Giuliano da Buti  per legname e taglio annuale dei boschi di Santa Maria in Ripa ( 1506 ), Carlo Baroni da Buti.

Alcune di queste famiglie esistono tuttora in Buti come Cioni, Berti , Baroni; perciò non si potrà mettere in dubbio che i suddetti individui siano butesi.

E se questi vengono ricordati negli antichi documenti con l’appellativo di da Buti perché non ritenere butese anche Francesco di Bartolo che nei documenti della sua epoca viene indicato con lo stesso denominativo?

Lo storico Concioni scrive che fra gli ambasciatori della Repubblica nel 1369 all’Imperatore Carlo IV eravi , Francesco di Buti della grammatica.

Il dott. Antonio Cocchi ci fa sapere che Francesco da Buti è nato nello stesso monte, “ Per che i Pisan veder Lucca non ponno “ .

Il Mazzucchelli nota che “Francesco da Buti del contado di Pisa e cittadino pisano fu figlio di Bartolo da Buti  e fiorì dalla metà del secolo XIV fino al principio del XV ; insegnò la grammatica e la retorica.

Anche il prof. Crescentino Giannini nella “Biografia di Francesco di Bartolo”, parlando delle varie cariche da lui disimpegnate in pro della Repubblica pisana, dice che nel 1398 furono spediti dei legati a Gian Galeazzo duca di Milano “ e tra  il novero di questi comprendevasi anche il nostro butese” e che “ alcuni butesi mossi da riconoscenza verso il loro compatriota sopra la porta della casa dove egli venne alla luce ànno collocato la seguente epigrafe”.

                                                           

M C C C  X X I V

T R E  A N N I   D O P O   L A   M O R T E 

D I

D A N T E   A L L I G H I E R I

I N   Q U E S T A   C A S A   N A C Q U E

F R A N C E S C O   D I   B A R T O L O

I L   P R I M O   C H E   I N    I T A L I A N O

C O M M E N T A S S E    L A   D I V I N A   C O M E D I A

 

Nonostante questi giudizi contrari e favorevoli che avvalorano l’una e l’altra opinione, nonostante la tradizione sempre costante in Buti che qui nascesse il di Bartolo, la  certezza di tale verità rimane all’ignoto, preda gelosa del tempo al quale invarno chiederemmo di camminare a ritroso per poter dire su questo punto e su ben altri ancora l’ultima, sicura parola.

La storia registra tanti rispettabili personaggi della famiglia da Buti che meritano onori e rispetto non solo nella terra natia, ma anche nella Repubblica.

Fu di tale stirpe Guido da Buti che fra i trentadue Capitani crociati sotto la guida dell’Arcivescovo Daiberto, nel 15 luglio 1099 salirono valorosamente sulle mura di Gerusalemme e ne ebbero lode dal supremo condottiero il pio Goffredo di Buglione.

Lo stesso Guido lo troviamo nel 1115 all’impresa delle Baleari, ardito e sicuro muoveva all’assedio di Minorca e nell’assalti di Maiorca. Anzi egli fu uno dei tre temerari che in quest’isola s’impadronirono dell’ultima torre dove si erano riuniti i mori più valorosi, la cui disfatta segnò la resa dell’isola tutta, che col suo re cadde in potere dei pisani. Così ebbe fine le scorrerie dei Saraceni sulle spiagge di Spagna, d’ Italia e di Provenza.

Altro di questa famiglia fu il giudice Pietro da Buti che fece parte dei mille i quali per conto dello Stato pisano nel 13 febbraio 1118 firmarono il trattato di pace con la Repubblica genovese.

Si sa anche che Benincasa da Buti era giudice di appello in Pisa nel 1228 e che Nino fu castellano di Suvereto  Di questa casata appartennero il Supremo magistrato degli  Anziani di Pisa , Betto ( 1313) , Puccio ( 1315) , Nino (1321), Bartolo ( 1333 ), Michele di Guido ( 1378 ), Nocco ( 1387 ).

Francesco da Buti il 9 settembre 1355 sposò Pinella di Cecco Sostegni, che gli sopravvisse e che risulta ancora vivente nel 1409.

Da lei ebbe quattro figli: Antonio ( Notaio degli Anziani nel 1389 e nel 1395, Bartolomeo ( Notaio degli Anziani nel  (1388 ), Giovanni (Giureconsulto e docente di legge allo Studio pisano e Paolo).

Discende  dallo stesso Francesco, Paola da Buti, virtuosa cittadina, repubblicana arditissima.

Pisa liberatasi nel 1494 dalla tirannica servitù dei Fiorentini, fu poco dopo nuovamente aggredita dai suoi antichi oppressori i quali nel 1499 condotti da Paolo Vitelli cinsero d’assedio la città.

Per un buon tratto di terreno, presso il forte di Stampace, le mura si trovavano demolite, quindi si rendeva necessario rimediare a un tale danno con lo scavare dei fossi ed  innalzare bastioni di terra nei luoghi dove le mura erano atterrate.

Paola da Buti, ottenuta  dal Senato una grande quantità di ceste e di pale , insieme con altre donne pisane provvide ai lavori di difesa. Né questo bastò al suo ardere  amore di patria e di libertà, ma il 10 agosto dello stesso anno, con le figlie Ginevra e Lucrezia ed altre matrone della città si recò al forte di  Stampace dove i Pisani erano per cedere al Vitelli; ricondusse al forte molti combattenti incontrati per via che fuggivano, ed essa con le altre donne impavide nel luogo di maggior pericolo incitavano con la parola e l’esempio a respingere il nemico.

I difensori di Pisa ripresero animo e mischiati nel combattimento con quelle ammirevole donne ne emularono il valore in modo che non si seppe decidere quale dei due sessi fosse stato il più eroico. E il Vitelli fu respinto .

Nella tradizione butese l’avventura di Paola si sviluppa poi a partire dall’esigenza di sostituire un uomo di famiglia impossibilitato a combattere.

Secondo questa tradizione, Paola avrebbe indossato le armi del fratello Guglielmo ferito mortalmente, sempre combattendo contro i Fiorentini.

La nostra eroina passò quindi al contrattacco al Sasso della Dolorosa “ in un giorno di perfida bufera “ o di fittissima nebbia; secondo un’altra versione il Vitelli, comandante dell’esercito Fiorentino, rimase sconfitto e Paola strappò e calpestò la bandiera del nemico.

Fernando Bernardini, detto Farnaspe, butese del secolo scorso, grande interprete del Maggio drammatico e poeta popolare, ci ha lasciato al proposito questi versi .

 

A Paola da Buti

 

Salve Buti genial chè in te veduti

Nascer geni immortali nel Paese

Che furono dal mondo conosciuti

Per lor vittorie nelle grandi imprese.

Esempio bello Paola da Buti,

cosa ne fece del Fiorentinese,

basta guardar la donna ardita e fiera

nell’atto che calpesta la bandiera .

 

Sembrava un giglio della primavera

Ma nel profondo sonno ora riposa ,

ma gloria Buti la donna guerriera

nella battaglia della  Dolorosa,

in un giorno di perfida bufera,

ma fu per lei giornata sì gloriosa,

ne vennero abbattuti i Fiorentini,

Francesco con Vitelli , i duci fini .

 

Dei primi anni giovanili di Francesco di Bartolo non si hanno notizie: però, quando il Governo pisano ebbe bisogno non solo che i suoi cittadini crescessero atti alle armi affinché la libera bandiera della Repubblica sventolasse altèra sui vicini e lontani orizzonti, ma altresì di uomini  integri per rettitudine e per cultura, che con l’esempio loro moderassero quanto d’incomposto era nei  costumi di quel tempo, Francesco da Buti fu uno dei primi chiamati agli alti uffici della città . Quindi è lecito affermare che la sua giovinezza trascorresse intera negli studi da cui trasse fama di letterato e  giureconsulto, e si apprestasse in questo modo più adatto alle sue naturali tendenze a rendersi utile alla patria .

Piuttosto intensa fu la carriera politico-burocratica del di Bartolo, che nel corso di quasi sessant’anni ricoprì numerosi incarichi nell’ambito del Comune di Pisa, talora anche di notevole rilievo: membro del Consiglio della credenza nel 1349 e nel 1387; degli Anziani fu notaio e scriba nel 1365, cancelliere nel 1369, nel 1393 e nel 1394, membro nel 1404 . Cancelliere del Comune nel 1383, fu rappresentante dei notai nel Consiglio delle corporazioni nel 1400.

Ma Francesco dette una prova maggiore del suo sapere quando venne annoverato fra i professori dell’Ateneo pisano, ove ebbe l’incarico di dettare pubblicamente grammatica o, come si direbbe oggi, letteratura,  la quale in quei tempi oltre alle regole della lingua comprendeva le belle lettere e l’erudizione; e a questo insegnamento erano chiamati i più distinti personaggi anche nelle altre Università d’Italia .

La elezione di Francesco da Buti a questo insegnamento avvenne nel 1363,  tre anni dopo l’infausto decreto del 1360 che Pisa, oppressa dalle pubbliche calamità e dalle civili discordie era stata costretta ad emanare . Con questo decreto non solo fu sospesa la nomina di nuovi insegnamenti alle pubbliche scuole, ma vennero licenziati  anche quelli che già vi erano;  tale provvedimento  durò solo due anni .

Il 1363 fu pure anche calamitoso: la guerra condotta con Firenze e varia nella sua fortuna, il contado arso e devastato dalle soldatesche nemiche,  accrebbero le pubbliche gravezze, per cui Francesco non potendo sopportare le contribuzioni che gli erano imposte, si preparava ad abbandonare Pisa.

Francesco lasciò Pisa e abbandonò l’insegnamento; ma il dieci settembre 1363  una delibera degli Anziani lo invitò a rimpatriare e a riaprire la sua scuola, esentandolo da ogni imposta presente e futura, reintegrato nel suo incarico, di docente di grammatica, Francesco vide il suo stipendio aumentato a 200 lire l’anno.

Nel 1369 lo Studio pisano venne ricostituito e riorganizzato: vi insegnò, a partire dal 1370, anche Francesco che tenne la cattedra di grammatica ininterrottamente fino alla morte. Nel 1385 il suo stipendio fu aumentato a 308 lire annue .

Gli studi furono per lui conforto e reputazione; esatto nell’adempire ai propri doveri d’insegnante, conservò il suo credito ed il rispetto di tutti.

Fu poi ambasciatore di Pisa nel 1398, anno nel quale volendo concludere la pace con tutte le città della Toscana e della Lombardia, occorrevano persone di eletto sapere e di carattere per poterla trattare convenientemente: la pace fu conclusa il 15 maggio a Venezia, dove Francesco da Buti si era recato unitamente agli altri ambasciatori di Firenze e di Lucca .

Alcune opere di Francesco di Bartolo per quanto non pubblicate sono giunte fino a noi.

Tra esse notevole è il Trattato delle “Regular Grammaticae  et  Rhetoricae” conservato manoscritto in Firenze nella Biblioteca Riccardiana in un codice cartaceo .

Altre due opere del da Buti affatto sconosciute sono i commenti alla Poetica d’Orazio e alle Satire di Persio.

Pare che egli le scrivesse per compiacere Tebaldo della Casa, frate dell’Ordine minore. Si leggono manoscritte nella biblioteca dell’Ambrosiana .

Ma tutte le cariche occupate nelle pubbliche amministrazioni, l’insegnamento e la compilazione delle regole grammaticali anzidette, non esaurivano l’attività e il sapere di Francesco; egli accinse ad un’opera che lo ha reso  veramente rimarchevole nella letteratura italiana .

La Commedia di Dante  Alighieri, divulgata da poco più di mezzo secolo, aveva suscitato ammiratori nelle principali città d’Italia e si comprendeva l’utile che ne sarebbe derivato, qualora si fosse potuto esporre il poema in forma piana e accessibile a tutti, farne conoscere non solo il senso letterario, ma anche quello morale; di qui la gara per illustrarlo con chiose e commenti.

Pietro, figlio di Dante, compose un commento latino sulla Commedia del padre; Giovanni Boccaccio il 3 ottobre 1373 ne intraprese la pubblica lettura nella Chiesa di S. Stefano in Firenze; a Bologna Benvenuto Rambaldi da Imola spiegava in pubblico il poema dantesco; così in Venezia Gabbriello Veronese; in Piacenza, in Milano, in Napoli pure si illustrava il volume del poeta sovrano .

A Pisa fu Francesco di Bartolo da Buti, che per incarico della deputazione universitaria sotto Pietro Gambacorti, intraprese, pubblicamente nell’Ateneo, la lettura o meglio il commento dell’opera di Dante.

Queste lezioni, che ebbero per soggetto la Cantica dell’Inferno, dovettero essere sospese per la grave malattia sopraggiunta a Francesco.

Egli poi pregato dagli amici e dai suoi scolari scrisse il Commento di tutto il  poema.

I pregi principali di questo lavoro del da Buti sono quelli della eleganza e purità dello stile che lo fanno considerare come un modello della lingua italiana.

Infatti gli accademici della Crusca si valsero di questa opera per il loro celebre Vocabolario tanto per la scelta degli esempi, come per la interpretazione delle voci dantesche .

Questo è il manoscritto più antico, quantunque ve ne siano altri nel 1395, del 1400 ed ancora di epoca più vicina a noi .

Il Commento di Francesco da Buti fu pubblicato la prima volta per cura di Crescentino Giannini coi tipi dei fratelli Nistri di Pisa nel 1858.

Esso comprende tre grossi volumi, uno per ciascuna cantica, ciascuno dei quali  ha quasi 400 pagine.

Oltre ai ritratti di Dante e del suo commentatore Francesco di Bartolo, il primo volume contiene una introduzione al Commento, dettata dal Professore Silvestro Centofanti e seguita dalla biografia di Francesco da Buti, dovuta al ricordato Professor C. Giannini, dalla quale sappiamo che il nostro da Buti morì a Pisa il 25 luglio 1406 durante l’assedio posto dai Fiorentini a questa città, da lui servita con tanto zelo e per tanti anni sia nei pubblici uffici, dalla Cattedra universitaria.

Il suo corpo fu seppellito nel primo chiostro della Chiesa di S . Francesco sotto il terzo arco di chi entra, dove tuttora si legge l’epigrafe appostavi:

S. (epulcrum) Magisteri   Francisci  Doctoris  Gramatice

Olim  Batoli  D (e) Buti  Filior (orum)  Heredumq (ue) Suor (um)

 

Di lui come cittadino non possiamo dire di più perché vissuto in tempi nei quali era cosa più facile tramandare alle generazioni future le imprese audaci di qualche condottiero, che l’efficace e più  duraturo beneficio della virtù di un individuo, anche se queste virtù avessero recato maggior lustro e decoro di un’azione guerresca.

Avremmo dovuto, forse, parlare più ampiamente dell’opera sua come letterato, cioè del Commento alla Divina Commedia.

Ma con la modestia dei nostri intendimenti non sarebbe cosa agevole e tale da intraprendersi così facilmente.

                                              

Bibliografia:

- Memorie istoriche dei più uomini illustri pisani, Pisa 1790

- F . Grassini, Biografia dei Pisani Illustri, Pisa 1838

- Igina Bracci Cambini, Francesco di Bartolo da Buti e i suoi tempi, Prato 1915.

- Crescentino Giannini, Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia, Pisa 1858 .

- Gino Bernardini, Massimo. Pratali, Francesco di Bartolo da Buti, Centro Studi Natale Caturegli, s . d .

- Dizionario Biografico Degli Italiani, Catanzaro 1997

- Enciclopedia Dantesca, tomo terzo, Roma 1971 .

 

Ripreso dal Periodico delle ACLI di Buti  “Il Campanile” numero 80/81 agosto 2007

Personalità che hanno dato lustro a Buti 

con il loro operato 

Chiesa di san Francesco a Pisa

dove Francesco di Bartolo da Buti ebbe sepoltura.

 

Beato Balduino

 

Beato Domenico Vernagalli

 

Francesco di Bartolo

 

Beata Perpetua da Buti

 

Paola da Buti

 

Pietro Frediani

 

Mons. Ezio Barbieri

 

Mons. Natale Caturegli

 

Annibale Marianini

 

Corrado Parducci

 

Leopoldo Baroni

 

Mons. Icilio Felici

 

Andrea Bernardini

 

Domenico Danielli

 

Urbino Valdiserra

 

Enrico Valdiserra

 

 

Contemporanei

 

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Lori Scarpellini  (Pittore)

 

Sport

 

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7 volte campione del Mondo  (Ballerino)

 

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